lunedì 14 agosto 2017

Il ricorso al Tar come fonte dell'articolo sul caso dell'azienda Macchioni. Querela per diffamazione?



Giorni fa ho pubblicato un articolo sul ricorso al Tar presentato da una nota azienda agricola di Montoro, l’azienda “Macchioni”. In sintesi, nel pozzo utilizzato per le irrigazioni sono state rilevate piccole concentrazioni di tetracloroetilene e, di conseguenza, un provvedimento amministrativo ne ha disposto la chiusura. L’Azienda ha installato, a sue spese, un sistema di depurazione ai carboni attivi (la stessa soluzione tecnica applicata per il pozzo in località S. Eustachio di Montoro, le cui acque saranno destinate al consumo umano) ma nonostante ciò, la Provincia di Avellino non ha ritirato il provvedimento in autotutela e l’azienda ha presentato ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) per chiedere l’annullamento dei provvedimenti amministrativi che vietano di emungere acqua dal suo pozzo.

Il ricorso dell’Azienda Macchioni è stato pubblicato nell’albo pretorio del Comune di Montoro il 2 agosto 2017 come allegato alla delibera di giunta numero 137 del 25 luglio 2017, atto con cui è stata decisa la non costituzione in giudizio in quanto “sentito il parere del Responsabile del Settore Patrimonio ed Ambiente ing. Michele Antoniciello e considerata la competenza della Provincia di Avellino in materia, per cui non si appalesa la necessità ed opportunità per l’Ente di costituirsi in giudizio per contestare quanto assunto nel ricorso che occupa, anche al fine di non gravare il Comune di ulteriori spese, atteso altresì che non si evidenzia alcuna ipotesi di danno patrimoniale per l’Ente e considerate le evidenti e palesi ragioni del Comune dallo stesso rappresentate”.

Nel ricorso, scaricabile a questo link o direttamente dall’albo pretorio del comune di Montoro, si legge testualmente:

“Allo stato l’azienda ricorre all’approvvigionamento dell’acqua attraverso l’acquedotto civile, approvvigionamento non solo insostenibile economicamente – perché vi è un consumo di litri con un costo di 20 € all’ora, ovvero circa € 150 al giorno – ma che, con l’avvicinarsi della stagione estiva l’erogazione dall’acquedotto sarà razionata o non più consentita, per far fronte alle esigenze idriche della popolazione civile.” 


Dopo aver letto il ricorso, ho scritto un articolo in cui esternavo le mie perplessità in merito alla prassi amministrativa della Provincia di Avellino, la quale, nonostante la questione sia stata già chiarita e definita (per casi simili) dal TAR, continua ad inibire alle Aziende, con provvedimento sempre di identico contenuto, gli emungimenti dai pozzi sotterranei. Una prassi che danneggia le aziende e che sembra fuori da ogni logica, insomma l’ennesimo paradosso all’italiana: i filtri ai carboni vengono utilizzati per depurare le acque destinate al consumo umano ma la medesima soluzione tecnica viene negata alle imprese!

Un caso simile si è avuto con l’azienda conserviera Lina Brand che è stata interessata da un provvedimento di identico contenuto ma che è riuscita ad ottenere la riapertura del pozzo grazie alla sentenza del Tar che ha accolto il suo ricorso.

Altro caso simile è quello di Solofra. Dopo la chiusura dei pozzi contaminati, le imprese conciarie hanno dovuto approvvigionarsi mediante l’acquedotto civile, soluzione che ha comportato non pochi disagi per la popolazione civile. Oltre al danno anche la beffa! Infatti, stando al parere degli esperti, la mancata attuazione delle contromisure previste dalla normativa (emungimento e depurazione dell’acqua dai pozzi contaminati) probabilmente è stata una concausa della propagazione del contaminante e, quindi, della chiusura di altri pozzi in quel di Montoro!
Oggi, sappiamo che anche un pozzo in località San Bartolomeo risulta essere contaminato, si tratta di una concentrazione (6 ug/L) inferiore alla soglia consentita dalla normativa relativa al consumo umano (10 ug/L).

Scrivo questo articolo per precisare che la fonte dell’articolo dedicato al caso Macchioni è il ricorso presentato al Tar dalla azienda stessa. In quell’articolo evidenziavo le ragioni dell’azienda Macchioni e ponevo la seguente riflessione: una prassi deprovevole nega a un imprenditore di adottare una soluzione tecnica per emungere e depurare  l’acqua del proprio pozzo costringendolo a rifornirsi mediante acquedotto civile (così è riportato nel ricorso), con il rischio di un razionamento o diniego dell’approvvigionamento durante il periodo estivo, per soddisfare il fabbisogno della popolazione civile (anche questo è scritto nel ricorso).
Da semplice cittadino, stando a quanto riportato nel ricorso, mi sono chiesto se queste forniture, oltre a danneggiare economicamente la azienda, potessero essere o meno correlate ai forti assorbimenti idrici da cui derivano le frequenti interruzioni idriche degli ultimi mesi.
Inoltre, l’intento dell’articolo era quello di far comprendere come certe prassi amministrative possano incidere pesantemente sul tessuto economico, sulla creazione di valore per un territorio e sul regolare espletamento di un servizio pubblico essenziale.

Dopo aver pubblicato l’articolo, apriti cielo!! Sono stato contattato, tramite facebook, da diverse persone che mi hanno riferito che l’azienda non si approvvigiona mediante “acquedotto civile”, come riportato nel ricorso, ma tramite la rete idrica del Consorzio di Bonifica. Se queste notizie sono vere, significa che le informazioni contenute nel ricorso sono errate.

Non tutti quelli che hanno commentato l’articolo si sono mostrati “garbati”, non sono mancate offese e nemmeno qualche “minaccia velata”!
Però la loro reazione è comprensibile, molti di loro (quasi tutti a dire il vero) non sapevano nemmeno dell’esistenza del ricorso dell’azienda, figuriamoci delle informazioni ivi riportate e quindi avranno pensato si trattasse di una bufala.
Quando ho rivelato la fonte, cioè il ricorso dell’azienda stessa, superata l’incredulità del primo momento, una persona ha continuato ad accusarmi sentenziando che avrei dovuto verificare l’attendibilità delle informazioni!
Secondo questa persona, io avrei dovuto mettere in dubbio la serietà dell’Azienda Macchioni e la professionalità dei suoi avvocati. Ma per quale motivo? Come si fa a non ritenere attendibile un atto che è stato presentato al vaglio dei giudici amministrativi e che è stato pubblicato nell’albo pretorio del Comune e discusso dalla giunta comunale senza rilievi?  (Si veda la delibera di giunta n. 137 del 25 luglio 2017).
Inoltre, secondo questa persona avrei dovuto sapere che non è possibile irrigare 20 ettari mediante acquedotto civile. Innanzitutto non sta a me valutare la fattibilità tecnica ed economica perché non ho le informazioni di cui sono in possesso l’azienda e i suoi avvocati. Del resto io non ho alcun elemento per fare valutazioni alternative e di conseguenza non posso che fare affidamento su quanto da loro riportato nel ricorso.
Inoltre, se proprio volessimo fare delle ipotesi, la chiusura del pozzo avrebbe potuto indurre l’azienda a limitare la produzione solo su pochi ettari proprio per fronteggiare i maggiori costi di approvvigionamento idrico. Ma solo l’azienda e i suoi avvocati possono sapere quanti ettari sono effettivamente coltivati e da dove proviene l’acqua per le irrigazioni. Io in buona fede, ho fatto affidamento su quanto da loro affermato nel ricorso.

C’è stato pure il commento di un imprenditore agricolo locale che non ha nulla a che fare con la Macchioni, una persona che non conosco ma che con fare sprezzante, dopo essersi qualificato come imprenditore agricolo e avermi informato di aver letto il ricorso, mi ha “condannato” al risarcimento dei danni morali! Secondo me, il ricorso non l’ha proprio letto.

Se nel ricorso vengono riportati fatti non corrispondenti alla realtà io non posso saperlo. Come attivista ho condiviso delle informazioni che delineavano criticità e conseguenze di prassi amministrative deprovevoli. In buona fede ho fatto affidamento sulle informazioni riportate nel documento presentato al tribunale e le ho condivise.






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